La fiaba del cavallo incantato-Parte III
Da come si era espresso il principe di Persia, la principessa del Bengala, che era molto ragionevole, capì che era inutile insistere per indurlo a presentarsi al re del Bengala e a fare qualcosa contro il proprio dovere e il proprio onore; ma si preoccupò per l’imminente partenza che, a quanto le sembrò, egli meditava, e temette che, se il principe avesse preso così presto congedo da lei, ben lontano dal mantenere la promessa che le faceva, l’avrebbe dimenticata non appena avesse smesso di vederla. Per distoglierlo dal suo intento disse: “Principe, proponendovi il mio aiuto per mettervi in condizione di presentarvi al re mio padre, non avevo l’intenzione di oppormi a una ragione così legittima come quella che mi dite e che non avevo previsto. Mi renderei io stessa complice della vostra colpa se lo pensassi: ma non posso approvare la vostra intenzione di partire così presto come sembrate esservi riproposto. Accordate alle mie preghiere almeno la grazia che vi chiedo, di avere il tempo di rendervi bene conto delle cose; e, poiché la mia fortuna ha voluto che voi siate arrivato nel regno del Bengala piuttosto che in mezzo a un deserto o sulla cima di una montagna così scoscesa che vi sarebbe stato impossibile discenderne, promettetemi di restarvi il tempo sufficiente da riportarne notizie un pò particolareggiate alla corte di Persia.” Lo scopo del discorso della principessa del Bengala era che, inducendo il principe Firuz e restare per qualche tempo con lei, egli sentisse sempre di più il fascino delle sue grazie, e sperava che, con questo mezzo, l’ardente desiderio di ritornare in Persia che lei notava in lui si affievolisse, e che allora si sarebbe forse deciso ad apparire in pubblico e a presentarsi al re del Bengala. Il principe di Persia non poté, senza mostrarsi scortese, negarle quanto lei gli chiedeva, dopo essere stato accolto e ricevuto così favorevolmente da lei. Acconsentì, e la principessa ad altro non pensò più se non a rendergli piacevole il soggiorno con tutti i divertimenti che poté immaginare. Per parecchi giorni vi furono soltanto feste, balli, concerti, festini o merende magnifiche, passeggiate nei giardini e cacce nel parco del palazzo, dove c’era ogni specie di animali selvatici: cervi, cerve, daini, caprioli, e altra selvaggina simile, caratteristica del regno del Bengala, la cui caccia, non pericolosa, si confaceva alla principessa. Alla fine di queste cacce, il principe e la principessa si trovavano in qualche punto del parco, dove i domestici stendevano per loro un tappeto e dei cuscini, affinché fossero seduti più comodamente. Là, riprendendo fiato e rilassandosi dopo il faticoso esercizio al quale si erano dedicati, si intrattenevano su svariati argomenti. La principessa del Bengala aveva soprattutto molta cura di far cadere la conversazione sulla grandezza, la potenza, le ricchezze e il governo della Persia, affinché dal discorso del principe Firuz Shah potesse cogliere a sua volta l’occasione per parlargli del regno del Bengala e delle sue prerogative e, in questo modo, indurlo a fermarvisi; ma successe il contrario di quanto lei si era proposta.
Il principe di Persia, infatti, senza esagerare niente, le fece un racconto così lusinghiero della grandezza del regno di Persia, della magnificenza e dell’opulenza che vi regnavano, delle sue forze militari, del suo commercio terrestre e marittimo che si estendeva fino ai paesi più lontani, alcuni dei quali le erano sconosciuti, e delle sue numerosissime grandi città quasi altrettanto popolose di quella in cui egli aveva stabilito la sua residenza, nelle quali aveva persino dei palazzi completamente arredati pronti a riceverlo, secondo le differenti stagioni, in modo che aveva la possibilità di godere di un’eterna primavera; le fece un racconto tanto lusinghiero, dicevo, che, prima che avesse finito, la principessa considerò il regno del Bengala molto inferiore, per molti aspetti, a quello di Persia. Accadde anche che, quando egli ebbe finito il suo discorso e l’ebbe pregata di parlargli a sua volta delle prerogative del regno del Bengala, non poté decidersi a farlo se non dopo parecchie insistenze da parte del principe. La principessa del Bengala diede dunque questa soddisfazione al principe Firuz Shah, ma sorvolando su parecchie prerogative per le quali il regno del Bengala superava indubbiamente il regno di Persia. Lei gli fece così ben capire quanto fosse disposta ad accompagnarlo in Persia, che il principe ritenne che avrebbe acconsentito a seguirlo la prima volta che glielo avesse proposto; ma pensò che non sarebbe stato opportuno proporglielo prima di aver passato un lungo periodo con lei, per farla sentire in torto nel caso che avesse voluto trattenerlo più a lungo e impedirgli di adempiere l’indispensabile dovere di andare dal re suo padre. Per due interi mesi, il principe Firuz Shah si abbandonò completamente ai desideri della principessa del Bengala, prendendo parte a tutti i divertimenti che lei poté immaginare e volle offrirgli, come se egli altro non avesse dovuto fare se non passare la vita con lei in questo modo. Ma allo scadere di questo termine le dichiarò seriamente che stava venendo meno al proprio dovere da anche troppo tempo, e la pregò di concedergli infine la libertà di compierlo, rinnovandole la promessa di tornare al più presto con un seguito degno di lei e degno di lui per chiederla in moglie, nella dovuta forma, al re del Bengala. “Principessa,” aggiunse il principe, “forse le mie parole vi sembreranno sospette e può darsi anche che, a causa del permesso che vi chiedo, voi mi abbiate già messo nel numero di quei falsi amanti che dimenticano l’oggetto del loro amore appena ne sono lontani: ma, per dimostrarvi la passione vera e sincera con la quale sono convinto che la mia vita non può essere felice se non accanto a una principessa attraente come voi, e che mi ama, come non voglio dubitarne, oserei chiedervi la grazia di portarvi con me, se non temessi di offendervi con la mia proposta.” Appena il principe Firuz Shah si fu accorto che la principessa era arrossita a queste ultime parole e che, senza dare nessun segno di collera, esitava sul partito da prendere, continuò: “Principessa, per quanto riguarda il consenso del re mio padre e l’accoglienza con la quale vi riceverà nella nostra famiglia come sua nuora, posso garantirveli. Per quanto riguarda il re del Bengala, dopo tutte le manifestazioni di tenerezza, di amicizia e di considerazione che ha sempre avuto e continua ad avere per voi, egli dovrebbe essere molto diverso da come me lo avete descritto, cioè nemico della vostra pace e della vostra felicità se non ricevesse con benevolenza gli ambasciatori che il re mio padre gli invierà per ottenere il suo consenso al nostro matrimonio..” La principessa del Bengala non rispose niente al discorso del principe di Persia; ma il suo silenzio e i suoi occhi bassi gli fecero capire meglio di qualsiasi altra dichiarazione che lei non era contraria ad accompagnarlo in Persia e che avrebbe acconsentito. Sembrò trovare un’unica difficoltà: che il principe di Persia non fosse abbastanza esperto nel manovrare il cavallo, perciò temeva di trovarsi con lui nello stesso imbarazzo di quando lo aveva cavalcato. Ma il principe Firuz Shah dissipò così bene questo timore, convincendola che poteva fidarsi di lui e che, dopo quanto gli era successo, egli poteva sfidare l’indiano stesso a manovrarlo con più abilità di lui, che lei ad altro non pensò se non ad accordarsi con lui per partire così segretamente, che nessuno del suo palazzo potesse avere il minimo sospetto del loro piano.
Ci riuscì: e, la mattina dopo, un pò prima dell’alba, quando tutto il suo palazzo era ancora immerso in un sonno profondo, appena fu andata sulla terrazza insieme con il principe, in un posto in cui la principessa poteva salire in sella senza difficoltà, il principe girò il cavallo verso la Persia. Egli salì per primo; e, quando la principessa si fu seduta a suo agio dietro di lui, gli ebbe cinto il corpo con un braccio per maggiore sicurezza e gli ebbe detto che poteva partire, girò lo stesso cavicchio che aveva girato nella capitale della Persia, e il cavallo si sollevò in aria. Il cavallo salì con la solita rapidità; e il principe Firuz Shah lo manovrò in modo che circa due ore e mezzo dopo vide la capitale della Persia. Non volle scendere nella grande piazza da dove era partito né nel palazzo del sultano, ma in un palazzo di campagna, poco distante dalla città. Portò la principessa nel più bell’appartamento e le disse che, per farle rendere i dovuti onori, sarebbe andato ad avvertire il sultano suo padre del loro arrivo, e sarebbe subito tornato: e, intanto, dava ordine al portinaio del palazzo, che era presente, di non lasciarle mancare niente di tutte le cose di cui poteva aver bisogno. Dopo aver lasciata la principessa nell’appartamento, il principe Firuz Shah ordinò al portinaio di far sellare un cavallo. Il cavallo gli fu portato ed egli salì in sella: e, dopo aver rimandato il portinaio dalla principessa con l’ordine, prima di tutto, di farle far colazione con quanto avrebbe potuto prepararle al più presto, partì: e, durante il tragitto e nelle vie della città che attraversò per recarsi a palazzo, fu accolto dalle acclamazioni del popolo, che cambiò la propria tristezza in gioia avendo disperato di mai più rivederlo, da quando era scomparso.
Il sultano suo padre teneva udienza quando lui si presentò al suo cospetto, in mezzo ai componenti del suo consiglio, che erano tutti in abito da lutto, come il sultano, dal giorno in cui il cavallo lo aveva portato via. Il sultano lo accolse abbracciandolo con lacrime di gioia e di tenerezza; gli chiese con premura che cosa fosse accaduto del cavallo dell’indiano. Questa domanda diede modo al principe di cogliere l’occasione per raccontare al sultano suo padre l’imbarazzo e il pericolo in cui si era trovato dopo che il cavallo lo ebbe sollevato in aria; in che modo se l’era cavata e come era poi arrivato al palazzo della principessa del Bengala; la buona accoglienza che lei gli aveva fatto; il motivo che lo aveva costretto a restare da lei più di quanto avrebbe dovuto, e la compiacenza che lei aveva avuto di non contraddirlo fino al punto di acconsentire a venire in Persia con lui, dopo che egli aveva promesso di sposarla. “E, Sire,” aggiunse il principe per concludere, “dopo averle anche promesso che voi non mi avreste negato il vostro consenso, l’ho portata con me sul cavallo dell’indiano. Aspetta in uno dei palazzi di campagna di Vostra Maestà, dove l’ho lasciata, che io vada ad annunciarle che non le ho fatto invano la mia promessa.” A queste parole, il principe si prosternò davanti al sultano suo padre per ottenerne il consenso; ma il sultano glielo impedì, lo trattenne e, abbracciandolo una seconda volta, disse: “Figlio mio, non solo acconsento al vostro matrimonio con la principessa dei Bengala, voglio anche andarle personalmente incontro per dimostrarle la gratitudine che anch’io le devo, portarla nel mio palazzo e celebrare oggi stesso le vostre nozze.” Così il sultano, dopo aver dato ordini per l’accoglienza che voleva tributare alla principessa del Bengala, ordinò di smettere gli abiti da lutto e di dare inizio ai pubblici festeggiamenti con un concerto di timpani, trombe e tamburi, insieme con gli altri strumenti marziali; ordinò anche di far uscire l’indiano di prigione e di portarglielo.
Quando l’indiano fu portato davanti a lui, il sultano gli disse: “Ti avevo fatto arrestare affinché la tua vita, che tuttavia non non sarebbe stata un olocausto sufficiente alla mia collera e al mio dolore, rispondesse di quella del principe mio figlio. Ringrazia Iddio che l’ho ritrovato. Và, riprendi il tuo cavallo e non comparire mai più davanti a me.” Quando fu lontano dallo sguardo del sultano di Persia, l’indiano, che aveva saputo dagli uomini che lo avevano fatto uscire di prigione che il principe Firuz Shah era tornato con la principessa portandola con sé sul cavallo incantato, il posto dove era sceso e dove l’aveva lasciata, e che il sultano si preparava ad andare a prenderla per condurla a palazzo, non esitò a prevenire lui e il principe di Persia e, senza perdere tempo andò in tutta fretta al palazzo di campagna; rivolgendosi al portinaio disse che veniva da parte del sultano e del principe di Persia a prendere la principessa del Bengala e in sella al cavallo condurla a volo dal sultano che l’aspettava, così diceva, nella piazza del palazzo, per riceverla e offrire quello spettacolo alla corte e alla città di Shiraz. Il portinaio conosceva l’indiano e sapeva che il sultano lo aveva fatto arrestare; perciò, vedendolo libero, non ebbe difficoltà a prestare fede alla sua parola. L’indiano si presentò alla principessa del Bengala e appena la principessa ebbe saputo che egli veniva da parte del principe di Persia, acconsentì a seguirlo, convinta che si trattasse di un desiderio del principe. L’indiano, felicissimo dentro di sé per la facilità che incontrava nell’esecuzione del suo malvagio piano, salì sul cavallo, prese in sella la principessa con l’aiuto del portinaio, girò il cavicchio, e subito il cavallo sollevò entrambi nelle più alte sfere dell’aria. In quello stesso istante il sultano di Persia, seguito dai suoi cortigiani, usciva da palazzo per andare al palazzo di campagna e il principe di Persia lo stava precedendo per preparare la principessa del Bengala a riceverlo. Intanto l’indiano passava ostentatamente sulla città con la sua preda, per sfidare il sultano e il principe e per vendicarsi dell’ingiusto trattamento che, a suo avviso, gli era stato inflitto. Quando il sultano di Persia ebbe visto e riconosciuto il rapitore, si fermò con uno stupore tanto più forte e tanto più doloroso in quanto gli era impossibile punirlo per il grave affronto che gli faceva in modo così strepitoso. Lo coprì di mille imprecazioni con i suoi cortigiani e con tutti quelli che furono testimoni di un’insolenza così manifesta e di una malvagità senza pari. L’indiano poco colpito da queste maledizioni il cui suono arrivò fino a lui, proseguì la sua strada mentre il sultano rientrava nel palazzo, estremamente mortificato di ricevere un’ingiuria così sanguinosa e di vedersi nell’impossibilità di punirne l’artefice.
Ma quale fu il dolore del principe Firuz Shah, quando vide che l’indiano gli rapiva sotto i suoi propri occhi, e senza che glielo potesse impedire, la principessa del Bengala che egli amava così appassionatamente da non poter più vivere senza di lei! A quella vista così inattesa rimase completamente paralizzato; e, prima che avesse il tempo di decidere se scagliarsi con ingiurie contro l’indiano o se compiangere la deplorevole sorte della principessa, chiedendole perdono della poca precauzione che aveva preso per proteggerla, lei che si era abbandonata a lui in modo tale da dimostrare chiaramente quanto lo amasse, il cavallo che trasportava entrambi con incredibile rapidità li aveva sottratti alla sua vista. Che decisione prendere? Tornare a palazzo dal sultano suo padre? Rinchiudersi nel suo appartamento per immergersi nel dolore, senza far niente per inseguire il rapitore? Liberare la principessa dalle sue mani e punirlo come merita? La sua generosità, il suo amore, il suo coraggio non glielo permettono. Continua a camminare fino al palazzo di campagna. Al suo arrivo, il portinaio, che si era accorto della propria credulità e di essersi lasciato ingannare dall’indiano, si presenta davanti al principe con le lacrime agli occhi, si getta ai suoi piedi, si accusa personalmente del crimine che crede di aver commesso e si condanna alla morte, che aspetta dalla sua mano. “Alzati,” gli dice il principe, “non incolpo te del rapimento della mia principessa; la colpa è soltanto mia e della mia ingenuità. Senza perdere tempo vai a cercarmi un abito da derviscio e stai attento a non dire che è per me.”
Poco lontano dal palazzo di campagna c’era un convento di dervisci, il cui sceicco, o superiore, era amico del portinaio. Il portinaio andò la lui; e, facendogli una falsa confidenza sulla disgrazia a un dignitario di corte piuttosto importante, al quale egli doveva molto e che era ben felice di aiutare per dargli modo di sottrarsi alla collera del sultano, non ebbe difficoltà a ottenere quello che chiedeva: portò al principe Firuz Shah un abbigliamento completo da derviscio. Il principe lo indossò, dopo essersi tolto il suo. Travestito così, e provvisto della scatola di perle e diamanti destinata alla principessa del Bengala, per le spese e le necessità del viaggio che stava per intraprendere, uscì dal palazzo di campagna sul far della notte; e, non sapendo che strada prendere, ma deciso a non tornare finché non avesse ritrovato la sua principessa e finché non potesse riportarla con sé, si mise in cammino.
- Fiaberella